Key West, la nostra prima family adventure.
E’ passato un anno e mezzo e fa già parte dei ricordi.
Quanta ansia prima di partire! Pensavo: “ma come era possibile raggiungere un posto così lontano? Guidare per tutte quelle ore, con tre bambine, su strade sconosciute e poi dormire in albergo, come reagirà Cecilia, non aveva nemmeno un anno. Quante cose da ricordare da mettere nei bagagli? Quanti cambi serviranno? Dei giochini…si dobbiamo portare dei giochini e i ciucci di riserva, la crema solare, la macchina per l’aereosol… se si ammalano per l’aria condizionata (il mio incubo negli Stati Uniti)”. Poi stoppavo la mia mente e mi dicevo: “ma cosa sono diventata? Che fine ha fatto il mio spirito d’avventura, zaino in spalla e via? Forse non l’ho mai avuto? O forse si è assopito completamente da quando sono diventata mamma?”. Combattevo con i miei stati d’animo, tra l’ansia, la preoccupazione e la voglia di avventura, la curiosità di vedere posti lontani e sconosciuti. Un road trip, come quelli dei film americani, miglia e miglia di strada davanti a noi, tutta da percorrere e tutta da scoprire, avremmo visto cose diverse, buffe, strane, nuove, avremmo guidato per ore, bevuto caffè americano nelle tazzone, ci saremmo fermati nelle aeree di servizio a far benzina e avremmo incontrato i famosi Rednecks! (termine con cui gli Americani indicano i contadini, quelli con le salopet di jeans, camicia a quadri e foulard al collo. Redneck: collo rosso per la loro posizione china a lavorare nei campi).

 

 

E’ andata esattamente così: abbiamo guidato per ore, le bimbe hanno alternato momenti di gioco, di litigi per chi vedeva la cosa più interessante dal finestrino, di pazzia e di risate folli per un qualcosa che capivano solo loro ovviamente, momento delle polpette (che non mancano mai) e momenti di silenzio assoluto perchè finalmente cedevano al sonno. Ed era nel silenzio assoluto in cui io e il “mio rompiscatole preferito” mettavamo da parte la stanchezza e ci rendevamo conto dell’eccitante avventura che ci aspettava.
Dopo mille preparativi riusciamo finalmente a partire. E’ la settimana che gli americani chiamano Spring break, perchè qui non hanno le vacanze di Natale o le vacanze di Pasqua, ma le Winter holiday e lo Spring break, nel rispetto di tutte le religioni.
La prima parte del viaggio fila tutto liscio, Cecilia fa il suo riposino (ha solo 11 mesi), le bimbe sono eccitate per l’avventura e noi seguiamo questa scia di positività per fare più strada possibile. Prima tappa in un paese sperduto lungo l’autostrada, caffè americano, gelato per le bimbe, qualche corsetta su e giù sui giochini per scaricare un pò di energie (io li chiamo le “gabbie dei criceti”) e via di nuovo in macchina… prossima tappa: Savannah in Georgia.

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Arriviamo a Savannah poco prima del tramonto. Città incantevole, la più antica della Georgia. Una leggenda narra che, durante la Guerra Civile, fu miracolosamente risparmiata dalle vicende belliche, per la sua straordinaria bellezza storica.

 

 

 p Visitiamo il centro storico, sappiamo che da qualche parte c’è la famosa panchina di Forrest Gump, su cui siede quando parla della scatola di cioccolatini e iniziamo la nostra ricerca. La troviamo, foto di rito scattata da Giulia e ci avviamo verso il lungo fiume.

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Si è fatto notte, carrozze, alberi stranissimi con rami lunghi che scendono verso il basso creando un’atmosfera magica, un battello storico, di quelli con le pale dietro offre ai turisti una crociera sul fiume.

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Città romantica e anche un pò magica… ma non come può essere Parigi o Venezia, di un romantico e un magico diverso… mi ricorda un pò New Orleans, è quel magico un pò nero, che ti affascina ma che fa anche un po’ paura. Queste le emozioni che mi ha dato Savannah e che ricorderò per sempre.

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Dormiamo nel nostro affezionato Holiday Inn Express, ho preparato dei sacchetti (i famosissimi ZipLock: sacchetti di plastica con la zip… li adoro) con cambi singoli per ciascuno di noi, in modo tale che mi basta estrarre un sacchetto con il cambio e non dobbiamo scaricare e caricare i bagagli in albergo.

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Si parte verso le Keys.

La strada che porta alle Keys è una lingua di terra che attraversa l’Oceano, ti ritrovi a guidare e tutto intorno a te è blu, spicca solo qualche isolotto di tanto in tanto dal verde abbagliante. In alcuni tratti la strada è talmente stretta che l’acqua del mare arriva fino al ciglio.

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Fa caldo e l’atmosfera è caraibica, la radio cambia lingua, parla spagnolo e trasmette solo ritmi latini salsaaaaa.

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La stanchezza del viaggio piano piano svanisce.

Ci fermiamo a Fort Zachary State Park, un parco naturale con la spiaggia più a sud dell’Isola, piccolina, niente di sorprendente ma le bimbe devono sgranchire un pò le gambe, così le facciamo giocare un po’ (il “rompiscatole preferito” ovviamente ha portato tutto il necessario) e intanto noi cerchiamo di fare un pò il punto della situazione aiutandoci con il mio famoso blocchetto su cui ho annotato le attrazioni imperdibili di Key West.

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Il giorno dopo siamo carichi, la curiosità è troppa, ci svegliamo presto e lasciamo l’albergo. E’ Pasqua, la prima Pasqua di Cecilia, fa caldo, siamo diretti a Bahia Honda, una spiaggia che si trova all’interno dell’omonimo parco statale, l’ingresso costa pochi dollari e ti permette di accedere ad una delle spiagge più belle degli Stati Uniti. Sabbia finissima come piace a noi e mare calmo e luccicante, un vecchio ponte di ferro fa da scenografia, è il posto perfetto per trascorrere la nostra giornata.

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Soddisfatti e arsi dal sole, nel pomeriggio andiamo a visitare la casa di Hemingway. Il famoso scrittore scelse di vivere qui e casa sua è una delle maggiori attrazioni turistiche del posto. E’ conservata perfettamente, con gli arredi originali, così dopo aver spiegato più o meno qualcosina alle bimbe su chi fosse questo signore che scriveva libri, che pescava e che aveva tanti gatti (così lo hanno riassunto Giulia e Nicole), andiamo a casa di Hemingway. Io sono una sua fan quindi per me visitare casa sua è stato emozionante. Cecilia deve aver capito che si trovava in una casa vera e propria, infatti, all’ingresso, si è tolta le scarpe e ha iniziato a vagare in giro alla ricerca dei gatti: padroni e guardiani assoluti della dimora.

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Key West è un piccolo centro, quindi si può facilmente girare a piedi, cogliere l’anima di questo posto e capire lo stile di vita della gente che vive qui. Musica caraibica, venditori di cocco ambulanti, signore anziane dalla pelle scura “pregna del sole di una vita”, sedute con le sedioline fuori l’uscio di casa, turisti che passeggiano, per lo più americani bianchi che si “sforzano” di lasciarsi andare e farsi travolgere dai ritmi rallentati di questo piccolo angolo di Paradiso.

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Ci dirigiamo al Southern moust point dove una grande boa di ferro indica che quello è il punto più a sud degli Stati Uniti e che siamo a soli 90 miglia da Cuba. Fila di mezz’ora per la foto… ma va fatta!

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Passando per stradine con case caratteristiche, a volte di colori improbabili, con grandi verande per preservare un pò d’ombra, arriviamo su Duval Street, la strada principale di Key West, tra negozietti di souvenirs, ristoranti e galletti… si, galli veri passeggiano tra la gente, attraversano la strada, entrano nei negozi… è difficile trattenere l’eccitazione di Cecilia che vuole liberarsi dal passeggino e scendere a rincorrerli!

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Birra, lime pie, cocktail, zuppa di pesce caraibica, le specialità di questo posto e dopo averle provate tutte, non resistiamo alla tentazione di una baguette appena sfornata.

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Si avvicina il tramonto, sul mio blocchetto ho annotato che bisogna andare a Mallory Square, è a soli 5 minuti di macchina.

Parcheggiamo giusto in tempo, si sta affollando, a quanto pare è una delle attrazioni più famose di Key West: una grande terrazza sul mare, artisti di strada, venditori ambulanti, negozietti, ristoranti con i tavoli all’esterno. Vediamo che la gente inizia a sistemarsi vicino la ringhiera e proviamo a procurarci un posto in prima fila anche noi. Si aspetta che il sole e il mare facciano il loro show della giornata, che si incontrino, che il sole, rosso fuoco, si lasci andare e si abbandoni al riposo su quel mare blu e senza confini, proprio lì, nel punto più a sud degli Stati Uniti dove la strada finisce e si può solo tornare indietro.

 

Noi aspettiamo ansiosi e finalmente arriva il momento, il sole si carica di colore e tocca il mare, un applauso scrosciante ci soprende, migliaia di scatti fotografici, di esclamazioni di meraviglia, una coppia di  sposini  scatta le foto migliori dell’album di matrimonio, il loro primo tramonto da sposati. Per noi… il primo tramonto così lontani da casa, da casa in Italia e da casa in Virginia, la prima Pasqua lontana dalle tradizioni, si siamo tanto lontani, ma siamo noi 5 insieme, con le nostre piccoline, all’avventura, ad applaudire questo spettacolo della natura, a sorprenderci di quanti posti belli ci sono nel mondo e di quanti ancora ne vogliamo scoprire!

Fine prima parte…

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Se ti è piaciuto il racconto di questa family adventure dai un’occhiata alle altre family adventures nella sezione dedicata.

6 thoughts on “Key West – Miami: la nostra prima family adventure! (prima parte)”

  1. Bella la foto sulla panchina di Forrest, chissà se Cecilia diventerà una bravissima “coglitrice di attimi” come la mamma

    1. Giulia, Nicole e Cecilia: sai che è bellissimo vedere come ognuna di loro esprime un personale senso del bello 🙂

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